Il tragico omicidio di Stefano Cucchi sta sconvolgendo la coscienza civile del nostro paese, ponendo in prima pagina l’abuso di violenza su chi è sottoposto a regimi restrittivi, e quindi affidato allo Stato. Per ora sono sei gli indagati, tre guardie carcerarie per omicidio preterintenzionale, e tre medici dell’ospedale Sandro Pertini per omicidio colposo; mentre il tribunale di Roma ha ordinato la riesumazione della salma di Stefano per sottoporla ad una nuova autopsia. Stefano aveva 31 anni ed è stato arrestato con 20 gr di haschish e 2 gr di cocaina, condotto in carcere a Regina Coeli, processato per direttissima la mattina dopo e riconsegnato sei giorni dopo alla famiglia morto, con il corpo martoriato dalle percosse. E’ stato proprio grazie al coraggio della sua famiglia, che ha mostrato all’opinione pubblica le terribili foto di quel corpo torturato e martorizzato, che si è potuto rompere il silenzio e l’omertà che regna da sempre nelle carceri e nei tribunali. L´uso della violenza contro le persone sottoposte a provvedimenti restrittivi è infatti cosa comune, una «prassi» consolidata e perpetrata contro soggetti deboli, lontana dai riflettori dei mass media, ignorata da un opinione pubblica in questi anni incattivita dalla retorica della sicurezza e della legalità. Come è ormai data per scontata l´impunità per coloro che, forti di una divisa e dell’appoggio senza remore del potere costituito, perpetuano queste violenze. In questi giorni stanno venendo alla luce altri episodi tragicamente simili a quello che ha spezzato la vita di Stefano; c’è Marcello Lonzi morto in carcere a 29 anni, Aldo Biazino di 44 morto anch’esso in circostante molto poco chiare, tutti episodi che richiamano alla memoria altri nomi come Carlo Giuliani, Federico Aldrovandi, Gabriele Sandri e di tanti altri che sono incappati nella violenza istituzionale ma che non sono assurti agli onori delle cronache perché privi di una famiglia coraggiosa alle spalle, di buoni avvocati, di giornalisti sensibili, di comitati attivi nel perseguire un percorso di verità. E tante sono le storie di persone che sono rimaste in silenzio perché sole, spaventate, minacciate. E´ ora di dire basta. E´ ora di dire mai più violenza sulle persone detenute; mai più violenza nelle caserme, nei commissariati, nelle carceri, nei CIE. E´ anche ora di dire basta all’anonimato di cui godono le forze dell’ordine nello svolgimento del loro servizio, una circostanza che garantisce loro l´impunità nella stragrande maggiorana dei casi.
Ma è anche ora di dire con chiarezza che esistono delle leggi in questo paese che costringono alla detenzione persone che hanno l´unica colpa di essere in possesso di modiche quantità di sostanze stupefacenti: la legge Fini-Giovanardi sulle droghe, la legge Bossi- Fini, il pacchetto sicurezza, strumenti normativi che non fanno altro che riempire le carceri. Provvedimenti legislativi che riducono le criticità sociali a mera questione di ordine pubblico. Tutto ciò si verifica in un contesto di deriva autoritaria e che vede il progressivo restringimento degli spazi di libertà.
Questa vita spezzata deve trovare la coscienza civile di questo paese attenta e vigile.
Maria Perrone Capano
Il carcere uccide
novembre 25th, 2009
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