Le conseguenze socio-politiche delle attività petrolifere

Il tema “petrolio” trova un suo sbocco in una valutazione di cosa accade a livello comunitario circa le variabili sociali ed economiche. Un forte processo che si innesca in presenza di distretti petrolchimici è quello del depauperamento del territorio, inteso come “retrocessione degli standard di qualità di vita in precedenza raggiunti”. Tali standard qualitativi trovano diversi indici di misurazione, tra cui la salute pubblica, il grado di coesione sociale, il reddito pro-capite, la sicurezza pubblica ed individuale e i servizi di erogazione alla persona. Seppur a velocità differenti, questi tendono ad abbassarsi al di sotto di una certa soglia necessaria al tessuto umano a produrre sviluppo economico in primis, che a sua volta è necessario affinchè i bisogni complessi siano soddisfatti nel dopo. Inoltre compaiono fenomeni come la neo-emigrazione, specie a carattere giovanile, e la creazione di attività antropiche a regime marginale, ossia di mediocre rilevanza reddituale e scarsa competitività sui mercati. A livello geografico queste conseguenze sono attutite nelle regioni italiane del Nord, dove nel caso di Mantova, nonostante la presenza della raffineria IES, l’ impatto è retto bene ma solo grazie a indici finanziari molto elevati. Problemi e controversie invece ce ne sono a Cremona per un’altra raffineria, della Tamoil, con inquinamento delle falde acquifere sin da prima del 2001. Con uno sguardo a Porto Marghera non possiamo sorvolare anche sulle condizioni di lavoro e i 157 operai morti direttamente di neoplasie, le 120 discariche abusive, e i 5 milioni di m³ di rifiuti tossici con il processo, conclusosi nel 2004, alle alte cariche della Montedison ed Enichem e risoltosi con condanne per omicidio colposo. Al contrario, tali effetti sono molto presenti nel Centro-Sud. Ed è il caso della Basilicata, la cui Val D’Agri è ritornata ad essere a metà anni 2000 terra di spopolamento a causa della presenza del centro oli a Viggiano (PZ). Simile dinamica a Gela che, aggravata anche a livello di salute pubblica, detiene il più alto tasso di nascituri deformi in Italia. Un’indagine scopre che su 13mila nati tra il 1992 e il 2002 quasi 700 presentano malformazioni cardiovascolari, agli arti, all’apparato digerente, ai genitali esterni soprattutto. Queste ultime risultano superiori alla media nazionale più del 250% (La Repubblica, 14 luglio 2005). Sembrava invece promettente la spinta industriale del polo Enichem a Manfredonia. In forte espansione a cavallo degli anni ‘70 e metà anni ‘80, ha visto fuoriuscite di arsenico nel 1976 e fughe di ammoniaca nel 1979. Ora rimane un distretto da bonificare e la beffa del processo che, dalla popolazione, è stato giudicato una farsa per gli esiti di assoluzione nonostante la morte di 17 operai. Oppure, come si è richiamato, l’ economia diventa marginale, di poco conto. Come nel caso di Falconara Marittima, in cui vi è totale divieto di balneazione per via della raffineria API e una produzione di vitigni di bassa qualità. Di incidenti ce ne sono stati due: il 25 Agosto 1999 con 2 lavoratori morti, 2 quartieri e centinaia di cittadini in fuga, 10 cittadini ricorsi alle cure mediche per le esalazioni dei fumi dell’incendio, 1 treno transitato tra le fiamme e 1 Km e mezzo di territorio interessato da una pioggia solida e liquida di detriti ed idrocarburi. L’altro, più recente, l’8 Settembre del 2004 con un camionista deceduto. Ciononostante, le persone si immergono lo stesso in acqua nei pressi del centro petrolifero e vi sono anche stabilimenti balneari. Certo, ma sarebbe il caso di capire fino a quanto è possibile rischiare la convivenza tra questi tipi di poli industriali e le normali funzioni del vivere quotidiano.
Osvaldo Francese

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